Mauchi

Per Mauchi fotografare è un gesto visivo. Una sorta di wei wu wei, un’azione senza artifici, semplice, consapevole e immediata che richiede conoscenza e maestria tecnica.

Il gesto di Mauchi è il gesto della non-temporaneità, sarebbe perciò ingannevole ricercare nella sua raccolta di scatti le logiche del tempo. “Forse è solo in momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo dei senza età”, scrive Kundera. Mauchi questo sembra ricordarcelo in tutto il suo lavoro, una sorta di album di una quotidianità che supera la linea orizzontale tra passato e presente. Il suo è piuttosto un pensiero verticale che ritrae i significati delle cose che avvengono insieme, in una dimensione dove non c’è un prima e non c’è un dopo.

Mauchi vede bianco e nero, uno imprescindibile dall’altro, lo yin e lo yang da cui tutto ha origine.

Il nero è freddo, oscuro, profondo, inerte e convive con il bianco caldo, chiaro, epidermico, dinamico. In questa geografia cromatica, il grigio è un colore indefinito e complementare a sé stesso.

Mauchi forza il gesto fotografico componendo grafici, segni e disegni.

Come “lo stile d’erba” della calligrafia cinese, tutto il lavoro di Mauchi si caratterizza per la ricerca della forma di un’armonia esistente in natura, che viene colta oltre l’oggetto della rappresentazione, spesso non più riconoscibile anche all’occhio più attento. Infatti Mauchi ritrae le relazioni tra gli oggetti e, per osservarne la complessità, aumenta il contrasto e ricorre alla multiscalarità di geometrie, densità, confini e riflessi.

Per il Principio di Heisenberg l’osservatore, nell’atto dell’osservare, inevitabilmente produce nella realtà delle alterazioni che sono indeterminabili. Lo stesso avviene nelle opere di Mauchi. Ogni rappresentazione della realtà, attraverso la visione del fotografo, è imprecisa e indefinita, non ha alcuna determinazione data perché può assumerne diverse. Così Mauchi ci porta a dubitare dell’effettiva fondatezza delle sue rappresentazioni, facendo emergere in tutta la sua opera il tema della “vacuità illusoria delle apparenze”.

I suoi scatti presentano un sistema di stratificazioni e di ripetizioni in cui la dimensione della realtà sembra fuggire continuamente per fare posto a sperimentazioni del subconscio giocose, surreali e simboliche e a sensazioni sinestetiche avvolte in un apparente silenzio

Elisabetta Rizzuto